La vecchia “Longane” ( Archelogia )
Le origini: zone archeologiche di Monte Sant’Onofrio (Longane), Pizzo Lando, necropoli di Colle Cavaliere.
– In epoca antica nel territorio esistevano degli insediamenti sparsi nelle colline. Tra questi riveste grande interesse storico-archeologico la cittadina sicula di Longane, posta a Monte Sant’Onofrio presso Acquaficara, che ha dato il nome al torrente di Barcellona P.G. Di essa rimangono dei resti messi in luce dalla Soprintendenza negli anni Settanta del XX secolo, poi interrati, e cospicui resti della necropoli costituita da tombe a grotticella lungo le pendici del Monte S. Onofrio.
Grotta Mandra: La grande grotta, nella zona di Acquaficara, è posta lungo la strada per Castroreale. All’interno, su una parete presenta delle incisioni con grandi occhi, tipici dell’età del rame.
Pizzo Lando, X sec. a.C.: Il centro archeologico di Pizzo Lando, sulle pendici meridionali di Barcellona, a 619 metri sul livello del mare, scoperto dall’architetto Pietro Genovese nel 1977 ma studiato nel corso di una campagna di scavi svoltasi nel corso del 1995 e curata dalla Soprintendenza di Messina, per l’importante posizione strategica fu abitato fin dalla tarda età del bronzo (X sec. a. C.), visto il rinvenimento di resti fittili dell’Ausonio II (tazze carenate, fuseruole, frammenti di ceramica e una fibula bronzea del VIII secolo). Sono stati ritrovati inoltre i resti di un nucleo urbano di epoca pre-greca e greca, databile tra il VI e il III secolo a. C., e una moneta di età classica raffigurante da una parte la testa di Giove e dall’altra un soldato greco.
Monte S. Onofrio, IX-V sec. a.C.: Sulla sommità di Monte Sant’Onofrio, sovrastante il casale di Acquaficara, nel 1974 l’architetto Pietro Genovese scopre i resti di “un grosso villaggio fortificato situato sulla sommità di detto monte da cui dominava le prime colline e controllava la Piana da Tindari a Giammoro” (P. Genovese, Sicilia Archeologica, aprile 1977, p. 39). La Soprintendenza di Messina, nel corso di una campagna di scavi attuata tra il 1975 e il ‘76, ha portato alla luce alcuni muri realizzati in conci di tufo calcareo dello spessore variabile dai due ai tre metri e dei resti di torri. Pietro Genovese ritiene che i resti di Monte Sant’Onofrio siano da attribuire all’antica città sicula di Longane, che ha dato il nome al fiume omonimo che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto, mettendo in discussione Bernabò Brea e Domenico Ryolo che negli anni Cinquanta avevano invece localizzato Longane in territorio di Rodì Milici, dove è situato un importante centro archeologico. Sulle pendici dello stesso monte si aprono centinaia di grotte che facevano parte della necropoli. Tra queste l’architetto Genovese ha segnalato, per le sue caratteristiche “estetiche”, la cosiddetta “Tomba dei Principi di Longane” del IX-VIII secolo a.C. Fino al XIX secolo l’esistenza di Longane era ignota a tutti, finchè non vennero scoperte in questo secolo, in circostanze poco note e in un luogo non identificato, un caduceo bronzeo, ora conservato al British Museum di Londra, simbolo presente nella cultura fenicio-punica, su cui c’è incisa l’iscrizione: “Sono l’araldo pubblico longanese”, e alcune monete d’argento coniate da Longane, del V secolo a. C., che dimostrano l’importanza raggiunta dalla città in quel secolo, con lo sviluppo della siderurgia. Le immagini raffigurate nelle monete, la testa di Heracles e un dio fluviale, confermano l’importanza in cui era tenuto dai Longanesi il culto di Eracle, il semidio protettore della siderurgia. Di una moneta coniata a Longane parla anche Emanuele Ciaceri (Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia, pubblicato nel 1911), prima che venisse rinvenuto il caduceo. Alla pagina 255 lo studioso scrive: “Altra moneta, una litra, mentre ha una testa giovanile di dio fluviale porta, nell’altro lato, la leggenda LONGANAION. Si credeva si riferisse alla città di Longon del territorio catanese ricordata da Diod. XXIV 6 e rappresentasse quindi anche essa l’Amenanos. Ma l’Head hist. num. p. 132, basandosi sulla notizia di Polyb. I 9, di un fiume Longanos nelle vicinanze di Mile, pensò ad una città situata su questo fiume, e ad esso riferì la moneta colla divinità fluviale. L’interpretazione ha trovato seguito. (Holm Stor. della mon. sic. p. 85 n. 121; Hill Coins p. 92). Noi però incliniamo sempre a vedervi l’Amenanos, non avendo alcuna notizia d’una città omonima sul fiume Longanos nelle vicinanze di Mile”. Intorno alla localizzazione dell’antico Longano s’è sviluppata una dotta disputa tra gli studiosi. Da una parte stanno coloro che ritengono il Longano degli antichi l’attuale torrente che attraversa Barcellona, mentre altri identificano l’antico Longano con il torrente Monforte, con il Mela o il Termini-Patrì. La questione è sorta perché la battaglia del Longano, combattuta nel 269 a. C., secondo gli storici si è svolta sulle sponde del fiume Longano, presso Mile (Milazzo). Un’indicazione considerata precisa da tanti studiosi ma, curiosamente, vaga da pochi altri. Fino all’Ottocento era quasi certo che il Loetanos di Diodoro Siculo e il Longanos di Polibio fossero il medesimo fiume di Castroreale. Basti leggere la storia di Barcellona di Filippo Rossitto (scritta nel 1877), dov’egli, pur ricordando che non manchino autori che “in altro sito vogliono collocarlo” sostiene a spada tratta la collocazione del Longano in territorio barcellonese. La scoperta negli anni Cinquanta della cinta di fortificazione siculo-greca a Rodì Milici, identificata da Domenico Ryolo e da Bernabò Brea come appartenente all’antica Longane, ha messo tutto in discussione. Se dunque Longane era posta sulle colline sovrastanti la sponda occidentale del Patrì, Ryolo ha tratto la conclusione che l’antico Longano fosse da identificare con l’attuale Patrì. Ryolo, scomparso nel 1988, è stato dunque il maggiore assertore del Longano-Patrì, ed ha avuto la capacità di “imporre” questa sua tesi negli ambienti ufficiali con la pubblicazione del suo studio Il Longano e la sua battaglia (Palermo, 1950), nonostante il parere diverso di molti studiosi. Il primo ad identificare l’antico Longano con l’odierno torrente Longano che attraversa Barcellona fu Philipp Cluver (italianizzato in Cluverio, era un geografo polacco che visse anche a Roma e in Sicilia nel XVII secolo, autore di Sicilia antiqua cum minoribus insulis eis adiacentibus, Lugduni, Batavorum officine, 1619), seguito da Vito Amico, autore del fondamentale Lexicon Topographicum Siculum, poi ancora il Casagrandi, storico catanese che ha studiato ed analizzato a fondo la battaglia del Longano, il Fazello, il Piaggia, il Cantelli, definito dal Casagrandi il “principe dei topografi siciliani”, Filippo Rossitto e, ultimo in ordine cronologico, il castrense Guido Torre, autore del Processo al Longano pubblicato nel 1993. Mentre l’Holm (studioso tedesco vissuto in Sicilia nel secolo scorso) propende per identificare l’antico Longano con il fiume Monforte (presumiamo il torrente che bagna Monforte S. Giorgio) e l’ingegnere Domenico Ryolo con il Patrì. I pochi contrari ad identificare l’antico Longano con il moderno (Holm, D’Amico che lo identifica col Mela, e Ryolo) osservano che il torrente attuale è un misero corso d’acqua, non considerando che il torrente, fino alle opere di arginatura attuate a partire da qualche secolo fa, scorreva liberamente nella pianura barcellonese. La portata del corso d’acqua era tale da provocare vere e proprie alluvioni, come quella del 1757, ben descritte dagli storici locali.
Un ampio articolo, pubblicato sul numero di aprile del 2003 di “Paleokastro” (Rosalia Pumo, Il territorio dell’antica Longane. Localizzazione del sito, storia e stato della ricerca; cronologia delle evidenze archeologiche, pp. 13-20, in “Paleokastro, Rivista di studi sul territorio del Valdemone”, Anno III, n. 10, aprile 2003), edita a S. Agata di Militello, ha riproposto l’annoso problema della localizzazione dell’antica Longane. L’articolo tiene in parte anche conto di quanto detto sopra, pur propendendo, seppur, ci sembra, con qualche dubbio, per la localizzazione di Longane a Rodì. L’autrice del testo, Rosalia Pumo, specializzata in archeologia all’Università di Lecce, inizia con un excursus storico e territoriale, incentrato sulla ricerca del sito dell’antica città e dà anche conto delle ricerche dell’architetto Pietro Genovese ed alla conseguente scoperta del centro archeologico di Monte S. Onofrio. E in relazione alla posizione topografica delle varie zone con testimonianze archeologiche, avanza l’ipotesi che accanto a Longane, (a Monte Ciappa e Monte Cocuzzo), esistevano altri due nuclei contemporanei, uno a Monte S. Onofrio e l’altro a Monte Marro-contrada Scorciacapre (Rodì Milici). Però, siccome Longane sarebbe stata distrutta prima del 269 a. C., prima cioè della battaglia tra Gerone II di Siracusa e i Mamertini, dovrebbero risultare a Monte Ciappa e Monte Cocuzzo fasi di abbandono, vista anche la distruzione delle fortificazioni nel IV secolo. Invece sono stati rinvenuti reperti ceramici ellenistici, tracce del periodo tardo classico e romano, segno che il sito è stato ancora utilizzato in epoca successiva.
Necropoli in contrada Cavaliere, VIII sec. a.C.: Nel 1888 giunge a Siracusa Paolo Orsi (Rovereto, 1859-1935), che inizia una proficua attività di scavo in tutta la Sicilia, esplorando i più importanti centri archeologici dell’isola, e illustrando, sulla scorta delle ricerche del professore Vincenzo Cannizzo, la prima necropoli sicula della provincia di Messina, quella denominata di Pozzo di Gotto, situata tra Monte Risica e Colle Cavaliere, dandone comunicazione sul “Bullettino di Paletnologia Italiana” del 1915. Cannizzo era nato a Licodia Eubea nel 1869, si era formato archeologicamente con Paolo Orsi a Siracusa, con cui collaborò in diverse occasioni, divenendo ispettore Onorario ai Beni Culturali. Nel 1908 ricevette l’incarico di insegnamento a Castroreale. L’Orsi lo invitò quindi a studiare la campagna circostante alla sua residenza. Questa necropoli, oggi pressochè distrutta, presenta delle tombe a cella rettangolare e a forno, scavate nel calcare roccioso, e risale, secondo l’Orsi, all’VIII secolo a. C. Per la prima volta è stato constatato un caso di cremazione, assolutamente nuovo nel rito funebre siculo. “La spiegazione – secondo lo studioso – può essere data dalla circostanza che, cronologicamente, la necropoli di Pozzo di Gotto è contemporanea all’apparizione delle prime colonie greche in Sicilia che fecero conoscere l’uso della cremazione”. I reperti ritrovati nelle tombe furono trasportati inizialmente a Castroreale e successivamente a Siracusa, dove furono disegnati da Rosario Carta, uno dei collaboratori di Orsi. Nella descrizione di Orsi si legge che la necropoli si trova adagiata sul dorso di una collina denominata Oliveto, attigua all’abitato di Pozzo di Gotto, volta a nord-est. Forse di tratta di Monte Risica. A questo punto è probabile che le tombe attualmente visibili in prossimità di Villa De Luca non appartengano a questa necropoli, trovandosi lontane dal luogo indicato, e non sono esposte a nord-est. In nessuna carta dell’IGM finora consultata, a partire da quella del 1872, risulta il toponimo Oliveto. Non figura neanche nella cartografia più dettagliata, in scala 1:4000 (realizzata tra il 1936 – il Duomo di San Sebastiano risulta già demolito – e il 1956 – c’è ancora il campanile di San Vito), dove risulta, in una zona appena più a monte e verso Pozzo di Gotto, anche il toponimo di Contrada Grotticelle. Essendo la carta successiva alla scoperta del 1914, probabilmente rispecchia proprio la realtà del luogo.
